La perfezione

 

Il giovane Ichikawa Hiroshi avrebbe compiuto 35 anni il 26 agosto. Mancavano 20 giorni esatti. Non gli piacevano i festeggiamenti. Quella mattina, molto presto si era alzato; senza far colazione (semmai solo un poco di tè) avrebbe cominciato un esercizio di calligrafia.

Viveva da sempre in una casa modesta; i suoi genitori avevano un negozio di cartoleria e non tornavano che alla sera.

Senza pensare ai fatti della sua vita e meno che meno a quanto stava accadendo in Giappone e nel mondo, Hiroshi si dedicava all’arte della calligrafia.

A sedici anni voleva diventare monaco, frequentare per questo il tempio di Omiwa e tentare di avvicinarsi al mistero dell’acqua sacra e del fuoco che sempre si rinnova. Poi aveva seguito lezioni di shakuachi, ma non riusciva con il suo fiato povero a far vibrare il legno come il maestro avrebbe desiderato.

Meglio il suo polso sottile ma fermo realizzava con pennello e inchiostro profumato gli ideogrammi nello stile fondamentale kaishô.

Siccome era per natura incostante ed esuberante, il suo maestro di shodô, il vecchio Momoyama Yujiro (forse era un nome d’arte), lo esortava a ripetere infinite volte un ideogramma, finché non fosse riuscito perfetto. Parlava adagio il maestro, tuttavia il movimento lieve delle labbra si trasmetteva alla barba, sottile e grigia, che muoveva appena mentre con delicata precisione e passione riassumeva i consigli utili per un calligrafo. Un altro Maestro, Nakabayashi Gochiku morto 32 anni prima, aveva enunciato alcuni princìpi importanti per chi vuol comprendere meglio lo sho, la via della scrittura: un tratto di pennello deve essere vigoroso e solido come una nuvola scura che si gonfia e via via si avvicina; un tratto deve essere nobile e antico, raffinato come un bambù e stabile come la profondità della valle in montagna.

Senza una vera ragione spiegabile il giovane Hiroshi aveva scelto per la sua meta spirituale il kanji che significa “acqua”, molto semplice, e proprio per questo arduo da realizzare.

Usava l’inchiostro solido, l’acqua di una fonte non lontana da casa sua e la pietra suzuri: lo componeva adagio, fino a raggiungere la densità voluta, talvolta impiegando anche un’ora.

Quella mattina, come spesso accade in Giappone, il tempo era nuvolo: vagava in cielo una leggera foschia. Nessuno avrebbe però affermato che era cattivo tempo. Nel cielo di Kokura appena muovevano grandi nuvole rosate; a Yokohama una pioggia sottile e gradevole, senza vento. Invece a Hiroshima splendeva il sole, non sfolgorante, mite: diffondeva una sua luce tiepida e carezzevole.

Messo un feltro nero sotto il foglio di carta di riso Hiroshi si sentiva quasi pronto per il suo quotidiano esercizio. Occorre scrivere con la mano, con il braccio e con il cuore. Conosceva a memoria i 4 tratti componenti il kanji che indica l’acqua. Conservava gran parte delle prove eseguite, sempre scrivendo “acqua”: si andava dalle prime risalenti al 1940, esitanti e disarmoniche, fino alle più recenti, dove l’ideogramma appariva corretto ma non ancora prossimo alla perfezione. Cinque anni sono pochi per raggiungere la perfezione, sia pure dipingendo il semplice kanji che significa “acqua”.

Forse il suo cuore era lontano; provare a scrivere solo con la mano era inutile. Respirò e attese. Non sentiva il caldo, anzi, aveva appena bevuto del tè quasi bollente.

Un grande aereo, fortezza volante B 29, partito dalle isole Marianne sorvolava il Pacifico. Il comandante non aveva una meta precisa; gli avevano comunicato che c’era buona visibilità solo nel cielo di Hiroshima. La sua missione era finalizzata alla conclusione della guerra; lo scopo consisteva dunque nel salvare vite umane, e per fortuna questo compito era stato affidato agli americani e non ad altre nazioni, certo non degne di questo compito. Così aveva detto il Presidente Truman.

Hiroshi l’aveva soprannominata Niji; in verità si chiamava Takeda Yuki, ed era sempre molto sorridente. La mattina che si erano conosciuti era andata così: lui l’aveva invitata a passeggiare lungo il lago. Uno stagno per dir meglio, un posto dove l’acqua mutava colore anche troppo facilmente; camminando sull’argine e seguendo giorno per giorno questi mutamenti, i pensieri non potevano mai restar fermi. Ad un certo punto lui e lei furono avvolti da un pioggia leggera ma fitta, e dovettero cercare un riparo. La superficie dello stagno si stendeva grigia e uniforme; il battere della pioggia faceva rabbrividire la piccola distesa d’acqua. Lei, Yuki, sorrideva; stava accanto a Hiroshi e certo si aspettava qualche segno d’affetto. Nulla accadde per quasi due ore; poi un leggero vento spinse il temporale più in là, cessò la pioggia e fra le nuvole chiare apparve un poco di sole. Uscirono dalla capanna cadente dove avevano trovato rifugio e notarono in cielo un arcobaleno. Da quel momento Hiroshi trovò giusto chiamare lei con il nome di Niji.

L’aereo guidato dal colonnello Paul Tibbets si chiamava Enola Gay. Volava in direzione del Giappone. Quel nome apparteneva sia ad una eroina di romanzo sia alla madre del colonnello. Il ventre dell’aereo portava una bomba di 4 tonnellate, a cui era stato dato il nome Little Boy. Era sistemata in modo da poter essere innescata e sganciata con una certa facilità.

Un giorno Niji aveva domandato a Hiroshi come mai era così triste. Ma lui non aveva risposto. Allora lei, timidamente e sorridendo, mentre una ciocca di capelli neri e sottili sfuggiva al pettine e le arrivava sulla fronte, gli aveva chiesto quello che davvero voleva sapere. E cioè come mai non si era ancora sposato. Lui aveva spiegato che prima doveva arrivare ad un certo punto, senza dire di più; lei subito aveva chiesto di cosa si trattava, anche se aveva capito che non stava parlando di concretezze come finire gli studi o aver trovato un lavoro. Con Hiroshi non si sapeva mai se parlava sul serio, se scherzava o se intendeva riferirsi ai misteri, alle divinità che si nascondono in ogni punto possibile: l’erba, le pietre, gli insetti, l’acqua o lo stesso cielo.

             “Devo prima arrivare a tracciare il kanji “acqua” in modo perfetto...”

Aveva poi parlato del suo venerabile maestro Momoyama san. Solo pochi mesi prima gli aveva rispettosamente chiesto quando avrebbe saputo tracciare il kanji “acqua” nella perfezione assoluta. Lui aveva risposto che – al punto in cui si trovava – sarebbe stato lui stesso, Ichikawa Hiroshi, a capire se l’ideogramma era perfetto, davvero perfetto. Bello come la seta pura, la nebbia sulla riva del mare o il rosso del tramonto che si scorge lontano nel bosco; unito e disperso, energico e capace di raccogliere in una sola mille e mille sensazioni.

Alle 7.30 di quella mattina Hiroshi giudicò che la densità dell’inchiostro era quella giusta; non aveva premuto troppo la sbarretta sulla pietra, mantenendo il moto circolare. Forse il suo cuore aveva raggiunto braccio e mano: poteva esser pronto per tracciare ancora una volta il kanji “acqua”.

Avrebbe chiuso le paratie scorrevoli: presto sarebbe entrato il caldo; ma per il momento si era sentito solo il canto degli uccelli.

Il foglio bianco aspettava. Hiroshi non aveva ancora impugnato il pennello. Sapeva quanta forza e quanta delicatezza occorre. E’ l’equilibrio fra una decisione quasi violenta e una lieve assenza, che può far nascere un kanji perfetto.

Acqua.

All’interno del B 29 c’era attesa e allegria. Non mancava molto all’avvistamento di Hiroshima. Le comunicazioni dell’altro aereo ricognitore che volava altissimo, confermavano che le condizioni meteo su Hiroshima erano favorevoli. Poteva nascere il bambino. Fat Man, invece, fu il soprannome della bomba al plutonio che avrebbe distrutto Nagasaki pochi giorni dopo.

Finalmente Hiroshi prese il pennello, tenendolo diritto, ben verticale. Prima di iniziare il tratto centrale a uncino, quello che regge e costruisce tutto l’ideogramma, rivolse un dolce pensiero a Niji, pensandola come Yuki; riconoscendo nel suo cuore quel piccolo sorriso che non abbandonava mai; anche quando doveva parlare di faccende tristi.

Il primo segno verticale risultò diritto e agile. Poi tracciò il tratto orizzontale e discendente a sinistra. Entrò subito con il pennello per il tratto a destra e senza esitare, quasi inconsapevole, completò con l’ultimo tratto verso destra, rapido, che sembrava tirare appena verso il basso, fuggire, accendendo una improvvisa armonia nel kanji.

Non si accorse immediatamente.

Potevano essere le 8 e qualche minuto. Si sentiva il suono di una sirena, ma a Hiroshi parve lontano.

Non si alzava dalla posizione inginocchiata, ma voleva allontanare lo sguardo.

Dopo pochi istanti comprese di aver raggiunto la perfezione.

Il segno era nobile e antico. Raccolto e disperso. Come un fiore appena sbocciato. Ambizioso nella sua eleganza estrema e seducente per povertà e semplicità. Conduceva ad una specie di minuscola estasi che sarebbe presto sfociata nell’infinito. La piccola cosa che contiene gli universi.

Acqua.

Nella sua anima era nata la perfezione, espressa da quattro segni neri su uno spazio bianco.

Il kanji era nitido sul foglio di carta di riso, fermo e danzante.

Avrebbe incontrato Takeda Yuki – la sua Niji – e l’avrebbe chiesta in matrimonio. Dicendole che aveva finalmente raggiunto la perfezione in quattro segni a pennello, mizu, l’acqua, quella mattina stessa; non voleva sprecare altro tempo; correre, correre subito da lei...

In quel preciso momento, su, nel cielo di Hiroshima – a 600 metri di altezza – esplose la bomba che avrebbe cancellato l’intera città.